Saper Fare
Saper fare è un punto centrale di molti movimenti che in questi anni stanno rileggendo le cattive (pessime!) abitudini della società contemporanea.
Nel corso della industrializzazione forzata del nostro (e non solo) paese si è avuta una crescita esponenziale del benessere accompagnata ad una diminuzione altrettanto drammatica delle abilità manuali. Questo perché, ovviamente, il componente ideale di una società industriale, che vive di consumi, è colui che dipende il più possibile dal consumo, ovvero colui che sa il meno possibile come procurarsi ciò di cui ha bisogno al di fuori del mercato.
Questa semplice osservazione ha una semplice conseguenza. Per dare il nostro contributo all’inversione di tendenza rispetto al consumismo, all’industrializzazione e a tutto ciò che ne consegue (sfruttamento del terzo mondo, distruzione delle civiltà tribali, inquinamento, distruzione dei suoli coltivati etc…), il primo passo è recuperare conoscenze e abilità, che ci permettano di essere il più indipendenti possibile dal mercato, dai prodotti industriali e dalla lunga scia di infelicità, distruzione e veri e propri crimini che si lasciano alle spalle.
Da queste considerazioni nascono il nostro amore e la nostra ricerca dell’autosufficienza alimentare, di tecniche di lavorazione del terreno senza utilizzo di macchine incredibilmente energivore e carburanti fossili, e di qualsiasi modo di fare e di produrre con le mani e con strumenti semplici ed economici.
Da ultimo, all’aspetto utile si aggiunge un aspetto più che dilettevole. Fare le cose con le mani stimola l’attenzione, la creatività e l’automiglioramento. Un qualsiasi oggetto prodotto da mani umane porta con sé una storia e una qualità che nessuna macchina può produrre; e, contrariamente alla produzione industriale, offre a chi lavora e produce libertà, qualità di vita e una soddisfazione diretta, certamente molto più completa di quella prodotta dal semplice, triste produrre soldi.